Più cammini, più ti perdi, più ti trovi…parte 1

Torna dopo una lunga pausa di riflessione il mio amico backpacker Luca Brocchi!

“Travolgente è la magia di rischiare tutto per un sogno che nessuno vede, tranne te.”

Ruggisce il temporale d’Asia.
Nel taxi che da Suvarnabhumi ci porta al centro il corpo gela, ma l’immensa potenza che qui la natura sprigiona scalda l’anima.
Cielo pieno, saette che fanno l’aria viola, pioggia e vento. Poi in un attimo afa; tutto immobile! Nessun limite. Nessuna regola. Almeno non le nostre… io guardo e sorrido, ti sento e sorrido.
Quanto sei pazza Bangkok. Ben ritrovata!

Il ragazzo che ci da le chiavi della stanza non parla una parola di inglese, come tutti. L’ostello è sporco e pieno di insetti, come sempre. A me piace, agli altri no; niente di nuovo.

Combatto col fuso. Ogni volta è una guerra. In avanti lo soffro davvero.
Non dormo. Mi alzo nervoso e sudato… Con la finestra aperta i rumori di Khao San sono troppi, con la finestra chiusa il freddo dell’aria condizionata è insopportabile. Scendo a passeggiare. Cerco un po di calma sul fiume ma non trovo che gruppi infiniti di turisti e Sole. Fa caldo. Tanto.
Sudo e mi innervosisco. Mi innervosisco e sudo. È destino, con l’Asia devo farci a schiaffi, sempre!

È pieno di ragazzi con lo zaino sulla spalla. C’è poco da dire, la thai è la terra dei backpakers… Quello che non va è che si sente forte la sensazione di essere tutti sulla stesa strada, di fare tutti la stessa cosa. Come se anche lo zaino fosse diventata una moda. Come gocce d’acqua costrette dalla pendenza e dagli argini a scorrere li, in quel punto esatto, per formare un fiume. Il problema è che delle correnti, l’unica cosa che mi piace, è il  sentirmi battere con forza la loro rabbia sul corpo mentre le risalgo al contrario. Non mi piace scorrere e non mi piace stare in compagnia. Almeno non questa compagnia. La cosa che più mi disturba è l’esser preso per uno di loro. Sono un paranoico.
Quello che conta però, almeno per ora, è stare sulla strada. Anche questo, soprattutto questo, come sempre.

Riflessioni di un viaggiatore

Le notti sono sempre le stesse. I fumi dei pad thai, le luci delle macchine, il traffico impazzito, i gas di scarico dei tuk-tuk, i ping pong show, le  donne nude, le donne in vendita, gli uomini in vendita, il viagra sulle bancarelle, i Rolex, gli insetti nei piatti dei venditori, il chiasso, la birra Chang, Patpong, la frenesia, poi la calma, poi ancora la frenesia. I grattacieli semi spenti, le baracche super illuminate, i concerti nei centri commerciali, i mercati, le fogne, il pesce fritto, il pesce essiccato, le signore senza denti, i sorrisi, le risse, poi immediatamente la calma e di nuovo sorrisi. Tutto, sempre, come se quello successo il secondo precedente non fosse mai esistito.  Come la spieghi Bangkok a chi non c’è stato? Non la spieghi. Incoerente e approfittatrice, ma allo stesso tempo sicura e affettuosa. Un manicomio. Ma piena e affascinante da morire… come tutte le cose vive.

Mi piace qui, ma non mi dispiace affatto l’idea che tra poco ci sposteremo a Bali. Mangia, prega, ama me lo ha riempito di aspettative e solitamente quando succede cosi finisce che ci rimango un gran male… Ma è mangia, prega, ama. Deve aver ragione! E io devo essere una femmina perché sennò non starei scrivendo ‘ste cose.

Ci dicono che per ottenere il visto a Bali servono 2 foto tessere, quindi troviamo un fotografo e ce le facciamo fare. Il suo studio è il corridoio di un palazzo e le foto ce le fa scattare in una macchinetta automatica nella quale dobbiamo addirittura infilare i soldi… te la sei rubata per strada di la verità!
Comunque si parte. Sull’aereo hanno tutti fisico e capelli da surfisti. Una volta scesci scopro che, praticamente tutti, oltre a fisico e capelli hanno anche una tavola.  Rido. L’aria odora di fiori marci. Surfisti a migliaia e fiori marci… Mangia, prega, ama ti prego è?!
Per il visto le foto non servono ma i dollari si, e in contanti. È un arrivo strano, però è il primo posto al mondo che incontro dove le persone ridono talmente tanto da far sembrare musoni i Thailandesi, questo va detto.
L’ostello che abbiamo preso è fantastico! La porta delle camere da su un magnifico giardino tropicale.
È notte. Piove. Esco a guardare.
É notte, piove, e non si sente altro. PACE.

“E in realtà dicono che l’uomo è fatto di desiderio. E come è il suo desiderio, cosi la sua fede. E come è la sua fede, cosi sono le sue opere. E come sono le sue opere, cosi egli diviene.”

Perso tra i sorrisi, guardo loro, e sorrido anch’io!

Only trying to live the way you want!

Riflessioni di un viaggiatore

Giriamo. Scopriamo. Vediamo. Sono dall’altra parte del mondo, a pochi passi dall’aver messo i piedi in tutti i continenti,  perso tra i posti in cui Elizabeth Gilbert girava in bicicletta, per quanto possa contare poco, ho conosciuto anche un mio Ketut personale, sono riuscito a farmi tamponare e poi a distruggere una macchina senza fare mezzo graffio al motorino, sono riuscito a riderne, il tempo passa via leggero, Bali è bella… e allora cosa c’è che non va? Perché smanio?
È bastato fermarmi un secondo. È bastato chiedermelo. Nero.
Tutto veloce.  Tutto di corsa. Arrivi, foto, via… altra meta. Mi sembra un tour de force.
Non ci riesco più a viaggiare in compagnia. Non riesco più a sentire, se non nella solitudine.
Ho bisogno di prendermi tempo. Ho bisogno di infilarmi nelle campagne, di parlare con la gente. Che diavolo se li fanno a fare dodicimila chilometri le persone se poi perdono i giorni a guardare rovine e a prendere il sole?!
Tutto bello. Piace farlo anche a me. Quello che un posto è, è scritto in ogni cosa, ma è nel principio che non mi trovo d’accordo! Non possono essere mare e rovine il centro. NON POSSONO. Il centro devono sempre restare le persone. È incontrando loro che si ha la possibilità di trovare il vero.
Ho moltissimi amici che partono ma pochi che viaggiano. La maggior parte di loro crede di viaggiare facendo vacanza, ignorandone le differenze. E oggi è cosi che mi sento. Il mio zaino fermo in camera, ed io che mi sposto come un cretino da una rovina all’altra, da una spiaggia all’altra. Intorno non vedo che cretini come me. Vestiti diversamente…  berrettino con visiera lui, cappello con fiore o ombrellino parasole lei, lui pantaloncino e macchinetta al collo e lei ad indicargli in che modo preferisce che il profilo le si rapporti col tempio dietro. Tutti, ovviamente, accompagnati da una guida in costume. Vestiti diversi, ma sempre cretini. Esattamente come me ora.
Grazie a Dio qui c’è un piazzale coperto dove stare all’ombra e senza scarpe che all’occhio dei turisti cino/yankee/europei sembra non interessare, con di fronte due fontane nere ad incorniciare la vista sull’oceano.
Di poco è fatta la miglior felicità ho sempre letto e, tra l’altro, me lo ha più volte ripetuto ieri notte un ragazzo balinese sulla spiaggia di Seminyak. Quindi, per ora, vedrò di farmelo bastare.
Il sole è forte ed il verde è bello. “A RIVEDER LE STELLE.”

Questa frenesia a cui non sono abituato qualcosa in faccia me lo sbatte: ma perché diavolo corriamo? Cioè, perché cerchiamo sempre di fare le cose in fretta? Sbrighiamoci ad andare cosi ci sbrighiamo a tornare… Ma se uno non vede l’ora di tornare, che diavolo va a fare?
Corriamo perché siamo abituati a produrre molto per poter poi accumulare e consumare il più possibile? È perché crediamo ci possa far diventare più ricchi? Siamo cosi assuefatti ai ritmi di vita che conduciamo durante il lavoro da condizionarci anche il tempo in cui siamo in viaggio? Il viaggio non è un qualcosa che si consuma ma è un qualcosa che ci si concede e l’occidente è famoso per l’infelicità dei suoi ricchi, quindi, perché diavolo noi accettiamo di correre? Anche le persone più ai margini possiedono qualcosa che i ricchi sognano… il tempo. E per quanto possa sembrare retorico, per quanto possa essere stato detto e ridetto, resta vero che il denaro, oggi, ci è necessario per sopravvivere ma che è il tempo che uno ha a disposizione per se, quello che uno ha il coraggio di prendersi, che cambia la qualità della vita.

Rallentiamo

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