Più cammini, più ti perdi, più ti trovi (parte 2)

"Chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita"

E allora cominciamo. Motorino sulla strada. Campagne. Risaie. Contadini. Anche cani che ringhiano, fango e zanzare, sì. Ma verità.

I viaggi, così come la vita, sono fatti di attimi. Uno dietro l’altro. E noi troppo spesso li curiamo poco pensandoli, viaggi e vita, come una cosa unica e lunga. Quello che è adesso non ha nulla a che fare con quello che è stato ieri o con quello che sarà la prossima settimana… siamo fatti di sensazioni, viviamo di momenti, non di progetti.

L’oceano di notte è incredibile. La spiaggia è magnifica. Finalmente il viaggio sta girando e il sorridere mi viene più semplice.
Intorno lanterne colorate, chitarre, birra, viaggiatori, spiaggia, oceano e cielo! Di questo dovrei trovare il coraggio di vivere.

Pensieri in viaggio in Asia

Non sono un esperto di stelle, non ho idea di come riconoscerle, ma ogni volta che scendo l’equatore mi perdo a guardare il cielo cercando di stamparmelo in testa…
Non è lo stesso, non è il solito del “lontani ma sotto lo stesso cielo”. No! È l’altro. Quello di sotto. Quello dall’altra parte.
E io, “dall’altra parte”, l’ho sempre preferito.


Il bello di girare in motorino, oltre al divertimento di guidare contromano tra i pazzi, è che ti permette di sbagliare e di infilarti in strade, e in storie, che altrimenti non avresti potuto incontrare. Di ritorno dal lago Bratan ci ritroviamo per errore in una ragnatela di vicoletti e BUM. Probabilmente la gioia più intensa del viaggio.
Galungan. L’isola ringrazia gli Dei per la creazione della terra.
Finalmente un po di Bali. Finalmente mi sento straniero!
Sono loro a fare domande, sono loro a chiedere foto, sono loro ad essere curiosi. Non capita di vedere stranieri in cerimonie di templi di periferia, dicono. E allora domandano, sorridono, ringraziano. Ma qui quello che deve ringraziare sono io.
Non ho fatto in tempo a pensarlo: l’isola è in festa e io non sono riuscito a stare un po con loro… che due minuti dopo eccolo qui.
Fiori, musica, colori. Sorrisi. Sorrisi. SORRISI.
A molti non importerà, molti lo chiameranno caso, altri fortuna… io lo chiamo Karma.

Gridano gli occhi.
A me, a tutti. BUONA VITA. Latcho Drom!

Riflessioni di un viaggiatore in asia

“Non siamo noi a metterci in viaggio ma è il viaggio a mettersi dentro di noi.”

Di nuovo Seminyak. Di nuovo oceano. Davanti al mare la testa in automatico cerca di mettersi in ordine.
Come mai solo noi occidentali sdraiamo l’asciugamano sulla spiaggia? Dov’è il giusto? Oppure, cos’è il bello se non quello che ci vendono per tale? Siamo ancora in grado di capire ciò che davvero ci piace o siamo ormai troppo condizionati da quel che ci dicono ci debba piacere per saperlo?
Che il bello è relativo ormai mi è chiaro da parecchio, dato che spesso per il mondo le persone rincorrono criteri di bellezza opposti ai nostri… ma allora bello cos’è? Giusto cos’è? La prima volta che mi è capitato di sbattere su questo discorso ero in Marocco e mi fa strano ricorrerlo qui, ora, di nuovo.
Se i bianchi stanno sdraiati al sole mentre i neri portano le maniche lunghe per evitarlo, se le nostre donne si scuriscono il volto mentre qui se lo riempiono di bianco, se noi scegliamo donne in base alla finezza della loro vita mentre in Africa centrale per l’abbondanza dei fianchi, se noi le sogniamo sempre più nude mentre nei paesi arabi ha appeal chi è più coperta, se da noi viene adorato l’uomo che si spinge al limite per scalare la società e accumulare potere e visibilità mentre in Tibet preferiscono l’uomo che abbandona, che si spinge verso l’umiltà, allora, dov’è il bello? In quello che realmente ci piace o in quello che la società in cui nasciamo ci dice ci debba piacere?
E tutti corriamo verso la libertà, tutti ne parliamo. Vogliamo essere liberi, ma liberi da cosa? Cosa ci fa liberi o cosa schiavi? Siamo davvero in grado di vederle le catene che abbiamo? Esistono?
O di catene non ne abbiamo e siamo intrappolati da una condizione mentale? Di andare, di fare, siamo liberi sempre! Però non andiamo, però non facciamo. E allora magari non siamo schiavi… perché lo schiavo è il vinto. Colui che ha lottato ed è stato incatenato. Se ad uno schiavo togli le catene quello scappa via! Noi non ne abbiamo, ma non fuggiamo. Ci lamentiamo solo. Restiamo fermi anche se nessuno ci obbliga a farlo. Per questo non possiamo definirci schiavi. Gli schiavi me li immagino pieni di fuoco. Noi siamo servi. Servi, codardi, incapaci di badare a noi stessi, fermi li a venerare un padrone nella speranza che una briciola in più gli cada dal tavolo.

Il tempo qui è finito… La salutiamo passeggiando sulla spiaggia. Ancora tra la musica. Ancora tra le lanterne. Ancora, soprattutto, onde d’oceano e stelle.
Domani si rientra. Di nuovo Thai. Un po di confusione non mi farà male… gli rubiamo, e a piene mani, i sorrisi. Belli. Veri. E l’amore. Ne è piena l’isola. Ovunque. Romantica. Poesia.

“Viaggiatore non c’è sentiero
I sentieri si fanno camminando.”

Finalmente si torna a sudare, a faticare. Finalmente si torna sui treni, tra la gente. Finalmente si cammina. Finalmente si attende. Seduto a terra, poggiato sullo zaino. Sulla strada, tra la gente, di nuovo. FINALMENTE!

pensieri in viaggio in Asia

La terza classe dei treni Thailandesi è davvero particolare. Passo il viaggio verso Ayutthaya a guardare l’effetto che una famiglia e il suo modo di mangiare riso e pollo fanno sul mio amico Cristian. Ne ha una per tutti. Effettivamente sono parecchio sporchi e in più le cose che gettano dal finestrino rientrano dal suo. Me lo fa notare. Rido.

Arriviamo. Alloggiamo un po’ fuori, ma la vegetazione in cui è immerso l’ostello ripaga la distanza dal centro… e poi ci danno le bici. Comunque, il primo regalo che la Thai pensa di farmi per il ritorno è un bel febbrone da cavallo. Giornata in camera.

E allora resto qui, seduto a gambe incrociate, con i miei 39 di febbre, con intorno nient’altro che campagna e un mantra recitato da un tempio non troppo lontano. Niente è male se riesci ad apprezzare il momento. Il bello dei viaggi.

I viaggi in Asia sono sempre difficili. Ti cambiano gli occhi. I pensieri. Spesso mentre si fanno non si comprendono neanche, ma a distanza di tempo te li ritrovi li, chiari. Sarà per questo che, con forza, hanno sradicato il sud america dai miei desideri.

E allora, confusione per confusione, proviamo a dargli un senso a ‘sti pensieri.
Da cosa fuggo, io, sempre? Contro cosa lottiamo tutti? Cosa ci impedisce di star bene a lungo? Che non siamo in pace perchè siamo costretti non me lo toglie dalla testa nessuno. E allora, da cosa fuggiamo tutti, se non dagli schemi? Ci stiamo stretti, è chiaro. Per natura. E allora, però, per quale motivo lottiamo con tutte le nostre forze per crearceli intorno? La paura? Troppo banale. Viaggio per capire, per capirmi… e più viaggio e meno ne capisco! Me lo ridico ancora. Il bello dei viaggi.

Un messaggio di papà: Luca vai in ospedale la febbre da quelle parti è pericolosa.
Come glie lo spiego che qui nelle vicinanze di ospedali non ce ne sono?

Torniamo a Bangkok. La mia febbre è ancora alta quindi gli spostamenti limitati. La cosa più divertente di questi ultimi giorni è stata vedere Cristian e Sara mangiare vermi e cavallette! Erano partiti che si lamentavano di formiche e scarafaggi nella camera e delle coperte macchiate… Ora mangiano vermi e cavallette. STRAORDINARI!
Siamo partiti lenti. Siamo molto diversi. Tutti. Ma li ho sentiti, intensi, dentro, per ogni minuto di ogni ora di ogni giorno. Erano lamentosi, io insofferente. Ma ora li guardo mentre ridiamo del piede di Sara finito in una fogna, e non sento distanza. Siamo partiti colleghi, torniamo amici. Loro un po più me, io un po più loro. Che splendore.

“Chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita”, quante volte l’ho sentito… SI. Il bello dei viaggi.

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