THE CITY THAT NEVER SLEEPS!

“If I can make it there, i’ll make it anywhere”
Io non ci capisco niente. Ma dove sono, sulla Luna?
Sembro un pupo al parco giochi. IO, che gli USA li odio, giro per New York con gli occhi che mi brillano. Sarà che qui, proprio qui, tra il Central Park, i tombini di Manhattan che fumano, la neve sulla pista di pattinaggio sotto il Rockfeller Center e i camion dei vigili del fuoco, io ci ho passato con la fantasia tutta la mia infanzia.
I film di Natale, alcuni dei miei cartoni preferiti. Tutto qui. Tutto quello che mi ha accompagnato nella crescita è stato filmato qui! E io ora ci sono… Che storie.
La prima cosa che ho imparato è che NY è piena di musei. Vai a vedere quello! Non puoi assolutamente perdere quell’altro! Il MoMA, il Guggenheim… tutto bello; ma il museo più bello di New York è New York stessa. Ciò che di più potente ha è la vita che dentro gli si sviluppa e la cosa più bella da fare è camminarci di fianco. Perdercisi.
Non è una città, è una giungla! C’è una concentrazione di vite straordinaria e mi verrebbe di seguire almeno per una giornata ognuno di quelli che non sembrano altro che volti grigi persi dietro alla pressione che questo tipo di società ti impone, ma che in realtà poi sono la forza di questa creatura tanto assurda quanto straordinaria.
Sono in continuo movimento, in continuo mutamento, le persone come la città… Ed è incredibile per uno abituato ad una società statica. Le nostre città sono sempre piene di cantieri perché per concluderli ci vogliono due vite; qui sembrano nascere al mattino e sparire la sera, per poi spostarsi altrove il giorno dopo. Costruiscono. Distruggono. Ricostruiscono. Non temono cambiamento.
Ce l’hanno più che chiaro: quello che finisce ricomincia da qualche altra parte e quindi l’idea di rinnovarsi non li spaventa mai. Incredibili.
E l’integrazione. Io boh! Che poi, soprattutto quando ho dormito nella parte più esterna di Brooklyn, la sensazione del ghetto l’ho avvertita con parecchia forza, ma QUI ci sono venuti tutti. Ma tutti nel vero senso della parola. Europei, africani, Cinesi, Indiani, Arabi. Tutti. E tutti qui vivono ancora. Tutti sotto le stesse regole, ma ognuno con la propria identità… Nessuna forzatura, nessun pregiudizio. È passando dalle differenze che ci si riesce a migliorare e NY questo sembra averlo ben chiaro.
Qui si decidono le sorti di tutti noi. Questo è, nel bene o nel male, il centro del mondo. E non serve ne Ellis Island ne Wall Street per capirlo. È una sensazione che ti si attacca sulla pelle, anche solo camminandoci. New York è oggi quello che Roma fu duemila anni fa.
Una cosa non cambia mai, in qualsiasi posto del mondo io mi trovi mi maschero. Non ci riesco proprio a vestirmi da Luca. Che poi, se dovessi dirlo, proprio non lo so come si veste Luca. Le polo, le camicie, le t-shirt, le tute… Sono sempre stato un camaleonte. Lo sono da talmente tanto da non riconoscermi più in un’immagine esterna precisa. Definita. La cosa mi fa ridere e a pensarla non mi dispiace per niente.
Siamo sempre cosi impegnati a darci un’immagine, una posizione per la quale farci riconoscere che poi spesso finiamo col curare più il noi che ci siamo impegnati di apparire che chi in verità siamo. Ecco, il non avere un’identità “esterna” definita mi aiuta invece a concentrarmi su me. Quindi eccomi qui. Mangio hot dog con mostarda, berretto con visiera piatta e manona degli Yankees. SO’ AMERICANO.
viaggio a New York
Quello che però più mi colpisce sono gli sguardi. Sono duri, come di sfida. Quelli delle donne soprattutto. Non so spiegarlo bene il perché, sono sensazioni. Non ho neanche rivolto parola a nessuna quindi mi fa anche strano stare qui ad esprimere un giudizio, ma sulla pelle mi rimane come un senso di rabbia nei confronti di un mondo così maschilista da non dare loro la possibilità di esserle poi, Donne. Non posso essere fragile? Pace, non ne ho bisogno. Ho forza a sufficienza per me e per voi. Ma i volti delle donne non sono fatti per accumulare tensione.
E allora io invece vado a celebrare quella che più di tutte mi ha rubato gli occhi. 5th AVE, 727. Stesso cornetto… Stesso caffè! Colazione da Tiffany.
La New York più bella si vede però, almeno a parer mio, quando si rifà il trucco. Nel momento in cui toglie le vesti del giorno e si prepara ad indossare quelle della notte… Nei tramonti mozza il fiato!
È surreale per uno cosi abituato ad ammirare la natura, ma vederla imbrunire, mentre il cielo si colora di arancio, con le luci dei grattacieli che cominciano ad accendersi ti lascia li imbambolato. Perso. Vinto.
È la regina del mondo, e come tutte le donne, è più bella proprio nel momento in cui si prepara. Intima. Non si può fare altro che stare li ad ammirare. Non c’è litigio, non c’è contrasto, non c’è nulla che possa spostarti occhi e cuore da loro. E allora tu stai li, e guardi. Appunto.. perso. Vinto!
Niente. Enjoy this moment!
Viaggio a New York
Viviamo nel delirio, ovunque intorno è caos… e NY, che non è altro che una miniatura del mondo intero, non può essere altrimenti.
Certo è che separare, alzare muri, mai ha funzionato e mai funzionerà; l’incontro, di idee, di abitudini, di persone, comunque da opportunità, e probabilmente è per questo che chi ci governa invece tende a voler separare. Si può essere spaventati solo da quello che non si conosce, e ovunque, da noi, è adottata la strategia della paura.
Quello che mi piace è che questo, qui, non può funzionare. Nonostante tutto. Nonostante l’11/9.
Anche se poi non sembrano aver problemi a controllare comunque, senza bisogno di dover dividere, le vite delle persone. E se funziona da loro che sembrano cosi avanti, è normale funzioni anche meglio da noi.
È chiara la scelta che si è fatta, no? Loro ti danno cose, tu gli dai tempo.
Quello che non capisco è come abbiamo potuto scegliere di sacrificare il tempo per cambiarle così spesso, le cose. Ci ingannano, è ovvio, ma per quale motivo a noi sta bene? Cioè, io non sono un campione di tecnologia, ma possibile che ogni volta che esce un telefonino nuovo l’aggiornamento che preparano per il vecchio rende il tuo improvvisamente lento e pesante? È una paranoia mia? Perché a me sembra cosi chiaro… Consumare, consumare e consumare. Regaliamo soldi, quindi tempo, a qualcuno che si arricchisce convincendoci a comprare cose che fondamentalmente non ci servono. Le rate. Infinite. Ma che follia è? Ma perché!
Come abbiamo fatto a passare dalla passeggiata al mare, o in un parco, a quella domenicale al centro commerciale? Cos’è che ci ha portato a sacrificare le relazioni umane per dedicarci alla compagnia di una scatola come la TV?
Loro vogliono uno schiavo che consumi e che produca… Ma ad  esempio, l’idea di consumare un po’ di meno cosi che sia anche meno necessario il produrre, no? Sembra una cosa più giusta solo a me?
Ci hanno raccontato una favola. Ci hanno insegnato che il benessere è dato dalla quantità delle cose che siamo in grado di possedere, e che più benessere vuol dire più felicità; per questo noi passiamo la vita a concentrare le energie nel consumare. Ma è una balla! E io non capisco, giuro non lo capisco, come possiamo noi non accorgercene.
“Meno comodità si hanno e meno bisogni si hanno… meno bisogni si hanno e più si è felici! È davvero cosi utopico immaginare una civiltà in cui le relazioni tra gli uomini siano più importanti dell’efficienza e del progresso materiale?”
Si deve, per forza, ricominciare da dentro. Dal tempo… La natura, riscoprirla. Niente suoni, niente macchine, niente fumi. È proprio qui che sta il progresso: tornare indietro per cominciare a camminare davvero.
Viaggio a New York
Gli americani riescono ad essere fastidiosi anche nella pubblicità che ti spiega le norme di sicurezza sull’aereo… Canzoncina amorevole da telefilm da famiglia perfetta, facce di ogni razza che si susseguono sorridenti e ci raccontano di quanto l’America sia la salvezza, la giusta via, la grande mamma che tutti accetta e tutti sfama. La stessa mamma però che con la stessa facilità con la quale tutti accetta, poi tutti dimentica e tutti abbandona! Attraggono uomini raccontando quanto qui siano tutti come un’unica famiglia, ma non dicono che poi, se vuoi rimanere sulla nave chiamata “MammaAmerica” e non morire di fame, dovrai sostenere ritmi di produzione e consumo che ti renderanno un’automa che corre dietro al denaro, dimenticando quello che vuol dire essere una persona, o far parte di una famiglia.
 Davvero basta riempire tutto di luci gialle per dare calore? Davvero basta un sorriso su un cartellone per dare allegria? Davvero possiamo limitarci alla scena di un film su un LCD di Time Square o al Babbo Natale della pubblicità della CocaCola per ricordarci dell’amore? Io credo che le persone, che i rapporti tra persone vengano prima! Tutti cuffiette e I-Phone. Tutti soli.
STIAMO PROPRIO SBAGLIANDO STRADA!
“A tutte le autorità qui presenti di ogni latitudine e organizzazione vi ringrazio molto. E molte grazie alla buona fede, indubbiamente espressa da tutti gli oratori che mi hanno preceduto.
Per tutto il pomeriggio abbiamo discusso di sviluppo sostenibile, di salvare enormi masse di persone dalla povertà… Mi faccio questa domanda: Cosa succederebbe a questo pianeta se gli indiani avessero lo stesso numero di automobili per famiglia dei tedeschi?
L’abbiamo creata noi la società in cui ci troviamo: figlia del mercato, figlia della concorrenza. È  possibile parlare di solidarietà e di essere tutti uniti in un’economia basata sulla concorrenza spietata?
La sfida che ci attende innanzi è di una grandezza colossale e la grande crisi non è ecologica, ma politica! L’uomo oggi non governa le forze che ha scatenato, ma sono le forze che ha scatenato che governano l’uomo. 
Non siamo venuti al mondo solamente per svilupparci, così, in generale. Siamo venuti alla vita per tentare di essere FELICI; perché la vita è corta e se ne va. E nessun bene materiale vale come la vita e questo è elementare. Però la vita ce la facciamo sfuggire via, lavorando e lavorando per consumare.
Non si tratta di pensare di tornare all’uomo delle caverne, né di fare un monumento all’arretratezza… è che non possiamo continuare indefinitamente a essere governati dal mercato, ma dobbiamo essere noi a governarlo!
Nel mio umile modo di pensare, povero non è colui che ha poco, ma è in realtà colui che necessita infinitamente tanto, e desidera e desidera sempre più.
Quello che dobbiamo rivedere è il nostro modo di vivere. I miei colleghi lavoratori lottarono molto per le otto ore di lavoro e ora stanno ottenendo le sei ore, però se otterranno le sei ore, troveranno due lavori così lavoreranno più di prima. Perché?
Perché devono pagare un mucchio di rate: la moto, la macchina… e pagano rate su rate e quando avranno finito saranno vecchi reumatici, come me, e la vita se ne sarà andata. E uno si fa questa domanda: è questo il destino della vita umana?
Lo sviluppo non può essere contro la felicità. Deve essere a favore della felicità umana, dell’amore per la terra, delle relazioni umane, della cura per i figli, dell’avere amici, dell’avere l’indispensabile. Proprio per questo viviamo, perché questo è il tesoro più importante che abbiamo: la felicità umana.”
Josè “Pepe” Mujica

 

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