Hands over Bruxelles

“Si impara solamente da coloro che sono in tutto diversi da noi. Si trova la quiete accanto a chi ci è affine.”
E ci risiamo. Figuriamoci se io non ero destinato ad andare a vedere… Tra l’altro oggi l’aeroporto è un casino tremendo, non credo di averci mai trovato tanta gente. Mi sa che poi a ‘sta guerra di civiltà non ci credono in molti.
I visi delle persone sono come spenti, si vede che hanno gli occhi lontani, persi nei pensieri.
Se è vero che negli aeroporti si incontra il mondo, quello di oggi è un mondo assonnato, o comunque distante.
Federica scrive. È cosi carina. Sempre piena di euforia… Chissà che le passa per la testa.
Vabbè, sono settimane che non si parla di altro, quindi fremo all’idea di andare ad annusare un po’ l’aria che li si respira.
In volo dormo, il bus per raggiungere il centro di Bruxelles è subito fuori dall’aeroporto, let’s travel. Il colpo d’occhio è sempre lo stesso: alberi magri e fitti, valli larghe rotte da fiumiciattoli e case di cotto rosso con tetti marroni e appuntiti. Ha i tratti chiari dell’europa del nord, ma ricorda particolarmente, o forse sarebbe più giusto dire ovviamente data la vicinanza, l’Olanda; ma fa comunque effetto vederla cosi simile dato che poi uno lo sa che invece è in un’altra nazione che si trova.
Quando li hanno tracciati i confini non devono aver tenuto troppo conto dei popoli. O magari è proprio l’idea di confine ad essere assurda… siamo abituati ad immaginare il mondo fatto a macchie, ma i popoli cambiano per sfumatura. Un siciliano, anche appartenendo ad una macchia diversa, sarà sempre più simile ad un tunisino, per tratti e per modi, che a un veneto, che, a sua volta, sarà per le stesse caratteristiche sicuramente più simile ad uno slovacco o a un austriaco che a un pugliese. Il mondo cambia per sfumatura verticale e nella vita reale non si vive di nazione ma di comunità, e le comunità si somigliano per vicinanza, a prescindere dalle linee che uno poi si inventa per separare.
L’arrivo in città mi spiazza.  Tutto quello che le notizie mi hanno ammassato sul petto non sembra esistere. L’odio, la rabbia, la paura. Niente. Tra l’altro per la strada che faccio da Gare du Midì al centro dove ho l’ostello, passo per un quartiere musulmano, e l’unico che sembra avere pregiudizi sono proprio io. Quindi, per cercare di togliermi dalla testa la distanza, cerco un contatto e mi ficco dentro un fruttivendolo a comprare banane e il ragazzo, sorridente, cerca anche di parlarmi in italiano. Quindi si, sono io. Meglio.
Plaisirs d’Hiver, the Grand Place – Light&sound show.
Ok, presentato. Ma che scrivo?! A parte WOW, che tra l’altro non rende per nulla, dato che wow sta a questa meraviglia come lampadina sta a Sole.
Edifici gotici abbracciati da un concerto di luci e colori, al centro un immenso abete addobbato a Natale e nell’aria violini, pianoforti e voci. Una cosa talmente meravigliosa e potente da sembrare che qualcuno ti ficchi le mani nella testa e arrivi fino ad abbracciarti il cuore.
Federica piange.
Vibro, pieno, allegro, di quell’intensità che ha il mare d’estate quando capita agitato, ma al tramonto. Spettacolo intenso, ma quieto.
BBBUUUUUUUFFF!
Viaggio a Bruxelles
Qui il natale ESPLODE!
I mercatini colorano, per carità, ma è tutta la città a prendere luce.
Pioviccica. L’aria è densa e calda agli occhi. A terra, i sampietrini, hanno i colori delle foglie in autunno… Saltano, casuali, dal rosso al verde, al giallo. Poi, se smetti di seguirli un attimo con gli occhi, magari catturato dagli splendidi palazzi o dall’arancio dei lampioni, d’improvviso grigi, bagnati, che riflettono un cielo rosa.
Una fiaba.
Fa freddo, ci fermiamo. Sopra la testa tante lucine formano la scritta “Tea Room”. I tavoli e le sedute dei caffè alla francese mi fanno impazzire…
Bonsoire, la cameriera. Due tea, grazie. Uno alla menta e uno ai frutti di bosco. Arrivo subito. Mercì. Sorriso.
Di fianco due signore ordinano, insieme ai cappuccini, due waffel, e la tovaglia che le portano è tonda, esattamente come i piccoli tavolini sui quali ci servono. Essenziali. Più piccoli sarebbero scomodi, più grandi disturberebbero l’intimità. Giusti. Questo sono. Come tutto sembra essere qui a Bruxelles. Una mistura di mondo nord europeo fatta talmente bene da non riuscire più ad individuarne le radici. Francia, Olanda, Germania, Inghilterra… tutto mischiato, come in una scacchiera, ma senza Re e regina. Nessuno più importante dell’altro, tutti uguali, con identità diverse, ma comunque sulla stessa scacchiera.
Tutt’intorno file di alberi di natale. Sui tavoli solo un lumino, rosso, ed un menù: Drug Operà.
Viaggio a Bruxelles
“Cercate bene le parole. Dovete scegliere! Sceglietele, che la BELLEZZA è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere!”
E io questo faccio. Scelgo! Persone, strade e parole.
Meraviglia, è quella che più nella vita mi rincorre… e più passano i giorni meno riesco a tenermi lontano dalla testa il pensiero di quanto sono stato fortunato.
Questa città ha un ritmo incredibile. Ciondola. Mi assorbe. È bello, tutto!
È vero che ultimamente mi è capitato spesso di camminare in posti che non sono proprio in cima ai desideri del turista medio, ma era da parecchio che non mi trovavo a provare cosi tanto piacere nello stare a passeggiare in una città.
L’unica zona grigia, sciapa, è stata quella dove si trova il parlamento europeo, e tra l’altro è stato anche l’unico posto in cui ho sentito una sirena suonare. Un’ambulanza. Ho immaginato stesse andando a raccogliere uno di quegli ipocriti ingordi in giacca e cravatta che li dentro vanno, a chiacchiere, a decidere per il nostro bene, mentre cercano in tutti i modi di fare il loro. Con quale diritto parla di pace chi non semina altro che guerra? Come fanno a permettersi di dare lezioni mentre ovunque madri, figli e nonni continuano a morire in silenzio sotto le nostre bombe di civiltà?
Mi aspettavo di trovare una città militarizzata, in guerra e sotto assedio ISIS… Invece non solo in giro non si sono visti militari, ma non ho notato neanche polizia. Niente. Zero.
In più, tra l’altro, nonostante gli attentati, cristiani e musulmani continuano a convivere insieme e senza alcun problema. Qui la presenza di nord africani è davvero massiccia, e proprio uno di loro ci ha tenuto a dirmi:
Da noi in Marocco esiste una forte presenza di marocchini ebrei, ad esempio, ma sempre marocchini restano. Qui in Belgio ci sono cittadini di tutte le nazioni e di tutte le religioni, ma riusciamo a sentirci fratelli. Perché da voi invece si distinguono le persone per la religione che professano? Che vi importa cosa uno sceglie di pregare? È una persona! È come se uno giudicasse qualcun altro per il colore della camicia che indossa… Che importa se è rossa, verde o bianca? Ognuno si veste del colore che vuole, ma questo non lo rende diverso. Perché la religione si?
Da noi, in verità, c’è ancora chi fa propaganda proprio sul colore delle camicie, penso, ma preferisco tenerlo per me.
Aeroporto di Ciampino. Roma.
Che paese ridicolo. Tornare da Bruxelles (da quel che ci raccontano il centro del terrorismo islamico in Europa) te lo sbatte agli occhi quasi con violenza. Una dozzina di macchine della polizia ferme in sfilata sulla destra e tre della finanza sulla sinistra ci convogliano tutti alla porta del passaggio Schengen fuori dal quale restiamo bloccati una mezz’ora perché i carabinieri stanno facendo un controllo su un bagaglio sospetto, militari armati di fianco ai loro camioncini ad ogni angolo e personale dell’aeroporto con viso teso completano il quadretto. Come se poi qualcuno potesse scendere da un’aereo imbottito di tritolo. Non lo sanno per caso che tutti, persone e bagagli, sono già stati controllati prima di salire a bordo? O magari pensano che si vendano bombe sugli aeroplani? E anche fosse cosi, e che io ne possa quindi aver potuto comprare un po’, come pensano di fermarlo uno che vuole farsi saltare in aria e nell’aeroporto ormai c’è? Devono aver sviluppato un balletto ipnotico a mia insaputa.
Un circo. Nulla di più… Pagliacci! Nient’altro da dire.
E tutte queste persone indignate, che fanno morali sul quanto siano barbari questi assassini musulmani, dov’erano quando nel 2011 Parigi bombardava Tripoli? Perché non si scandalizzano se gli U.S.A. bombardano quotidianamente in medio oriente? Come si fa a provare rabbia verso degli animali che un giorno sparano su cento innocenti in centro a Parigi e non verso noi, o verso il sistema che noi sosteniamo, che di vittime civili ne fa a migliaia?
Fino a che ci si farà convincere del fatto che esistano morti di serie A e morti di serie B, ignorando i lutti degli altri, mai nessuna guerra potrà finire.
“Così è diventato il nostro mondo: la pubblicità ha preso il posto della letteratura, gli slogan ci colpiscono ormai più della poesia e dei suoi versi. L’unico modo di resistere è ostinarsi a pensare con la propria testa e soprattutto a sentire col proprio cuore.”

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