A denti stretti

Torna Luca B. e ci racconta la sua avventura a Spalato: una città bella ma che fa pensare... a sè stessi e oltre

Spalato
Credits Luca Brocchi
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  1. Spalato
  2. 31 anni
4 e 12 della mattina. Tivoli. Perché non la smetto di prendere voli a quest’ora?
È la prima volta, in quasi dieci anni di viaggi, che non prendo fisicamente la benedizione di mia madre.
Per quanto è ciclica la vita, finisce che la prima volta accade quando scelgo di andare, dopo esser passato per Spalato, nel posto dal quale lei, poco prima che io prendessi il mio primo volo direzione Cancun, mi riportò la croce di pietra che sempre mi ha accompagnato: la Bosnia.

Il sedile che mi danno all’imbarco è il 31 D, come trentuno saranno gli anni che in Croazia compirò.
Anche questo per la prima volta lontano da casa, ed è un paradosso per uno che sono anni che tutte le ricorrenze le passa in giro per il mondo,

Spalato *

Per la prima volta ho anche un passaggio dall’aeroporto: ci viene a prendere il ragazzo che ci ha affittato l’appartamento.
È un ingegnere civile e adora i camion perché suo padre, suo nonno, il suo bisnonno ed i suoi zii hanno fatto i camionisti.
Ora suo padre, dopo cinquant’anni, ha dovuto smettere per la crisi.
Gli dico che io lavoro con i camion e che faccio il meccanico, e la prima cosa che mi chiede è il perché delle mie mani da donna.
Ridendo gli spiego che è anche per questo che ho scelto di occuparmi di sindacato,e allora ci tiene a spiegarmi che in Croazia di sindacati non ne esistono e questo è il motivo per il quale hanno “fottuto” il padre.
Mentre guida la macchina, quando frena, fa con la bocca il rumore delle valvole ad aria dei freni dei camion. Dice che non lo fa di proposito, è ormai un istinto, una musica.
Abbiamo un piccolo appartamento seminterrato incastrato tra le vie della zona alta. Un bagnetto, una cucinetta ed un letto. Di fianco al letto un tavolino tondo con due sedie gialle, di fronte una finestra, piccola, meravigliosa.
All’apparenza niente di straordinario alla vista: la parte alta di un muretto di pietre bianche che come orizzonte taglia il tutto, poco dietro la quale si scorge il verde della vegetazione, un pezzettino minuscolo di un cielo azzurro e immobile, una rete verde e la base del tronco di un alberello esile, chiaro, esattamente al centro.
Da sul niente, ma ha un favoloso suono di cicale.
Decidiamo di provare a raggiungere una spiaggia.
Attraversiamo un parco camminando tra viali e scalinate… quanto parlano i foggiani. Sono di gran compagnia, ma a volte, per uno che come me si era abituato ad andar solo, è un po’ strano.
Nei rari momenti in cui stanno in silenzio però, passi, vento, foglie e ancora cicale.
Spalato è davvero bella e profuma di mare.
Ha una promenade meravigliosa: bianca a terra, larga, con da un lato i locali e dall’altra il mare del porto. Verde smeraldo.
Mai mi è capitato di incontrare un mare di un porto di un colore cosi bello.
Immediatamente dietro, altre passeggiate, splendidi vicoli della città vecchia e, incantevole, il Palazzo di Diocleziano.
Che poi palazzo, per lo meno per quel che siamo abituati ad intendere noi, non è la parola giusta. I palazzi degli imperatori romani erano vere e proprie cittadelle, questo ha due strade perpendicolari che si intersecano e dalle quali partono numerose vie trasversali e una piazza, il peristilio, con archi e colonne romane da una parte e con i palazzi gotici e rinascimentali negli anni costruiti delle famiglie nobili dall’altra.
La cosa che più mi colpisce è il marmo bianco a terra: levigato, liscio. Liscissimo. Forte arriva la sensazione di poterci riconoscere ognuno degli infiniti piedi che qui sopra hanno camminato in più di 1700 anni.
Quanta vita. Incredibile.
Raggiungiamo finalmente la spiaggia.
La vegetazione è forte, il mare è calmo e chiaro. Sono separati, mare e vegetazione, da un muretto, da un sentiero e dalla spiaggia; tutti e tre tra il bianco ed il giallo chiarissimo.
La spiaggia è di ciottoli, e l’onda, quando si ritira attraversandoli, suona.
SSSHCHFFRRHS
Musica.
C’è moltissima gente, molti bimbi, giocano e urlano, il sole è forte.
In un angolo, sotto l’ombra di un albero con me, una nonna insegna alla nipotina un gioco con le pietre: ne deve mettere cinque a terra e una in mano, lanciare quella che ha in mano e raccoglierne una da terra prima che l’altra cada, e così continuare finché non riesce a prenderle tutte al volo.
La lascia al gioco e si mette a riposare. Probabilmente è per questo che glie lo ha insegnato: per dormire.
E la cosa sembra funzionare dato che per un bel periodo di tempo alla bambina le pietre non fanno che cadere… ma dopo una quindicina di minuti la sveglia: cinque pietre in mano e una a terra; le dice qualcosa e le lancia in aria.
Muove la mano per prenderle ma niente, tutte a terra.
La nonna esplode in una risata incredibile, raggiante. È anziana e con pochi denti, ma la bellezza del suo sorriso mi rende chiaro, ancora una volta, che il bello ha più a che fare con l’anima che col corpo.
Accarezza la nipote, si abbracciano. E allora io torno a guardare il mare, sempre chiaro, sempre calmo e sempre diviso dalla forte vegetazione da un mureto, un sentiero ed una spiaggia tra il bianco ed il giallo chiarissimo. L’onda continua, quando si ritira, a suonare.
SSSHCHFFRRHS
Se non ascolti le urla, in più, solo il canto delle cicale.
Musica.
Spalato
Credits Luca Brocchi
Camminiamo per andare a cena da Alessio e Ilaria.
Sulla strada un parco con un campo da calcio e uno da basket, entrambi in cemento, entrambi pieni di ragazzi e bambini. A giocare a calcio c’è anche una bambina, tra l’altro la più alta di tutti.
Mi ruba gli occhi il più piccolino, ha la maglia bianca della Croazia con il numero dieci di Modric.
La tocca bene, spesso gli slavi la toccano bene. Hanno un’eleganza magica che si portano dietro in tutto quello che fanno.
Passa un bambino con la maglia rossa, dietro stampato il nove di Seric. Ha sotto il braccio la palla da basket e siccome il campo è occupato in entrambi i canestri, si mette a palleggiare fuori. Divinamente.
Torno a guardare il bimbo con il dieci sul campo da calcio, sto su una collinetta, in penombra, ma probabilmente si accorge che lo sto guardando perché si allontana dal gruppo, prende una palla e me la lancia.
Mi avvicino a prenderla e accenno due palleggi convinto sia interessato a quello che con la palla può fare quel signore che lo sta fissando, ma Federica mi fa notare che probabilmente l’ha tirata li perché non la voleva in mezzo, e mentre penso possa avere ragione lei, “Modric” si gira a guardare e aspetta.
Io glie la rimando, lui sorride e la prende. Non era interessato a quello che sapevo fare, era solo interessato a condividere. Come tutti i bambini, magari non come tutti i grandi, senz’altro come dovrebbero tutti quelli che si avvicinano agli sport di gruppo.
Torna a giocare e io mi allontano, ma catturato dal fascino di una palla che rotola in un campo di cemento con porte senza reti tra i piedi di bambini e ragazzi torno indietro. Appena in tempo per vedere madri e padri arrivare a prendere i figli.
Sono le 20:50, il tempo è finito, si sale a casa.
Resto io, la panchina sulla quale ora sono seduto, il campetto da calcio vuoto e due ragazzi che giocano a basket. Si sfidano ad un canestro. All’altro canestro, il bambino con la maglia numero nove di Seric tira da solo. Sbaglia, con un pugno butta via la palla e si va a sedere su una panchina. Un minuto, va a riprendere la palla e ricomincia.
Amore… e amore è costanza.
C’è una sola squadra in tutta la provincia.
Ovunque, anche nei paesi e nelle cittadine circostanti trovi panchine, fermate dell’autobus, muri, cavalcavia e serrande dipinti totalmente dei colori e degli slogan dell’Hajduk.
Un signore mi spiega che qui, si dice, ci sia un problema con gli hooligans, ma aggiunge anche: noi siamo la torcida, tutti.
Effettivamente la sera di mercoledì ha giocato l’Hajduk a Spalato e tutti, ma proprio tutti, uomini, donne, ragazzi, bambini e anziani giravano per la città con maglia e sciarpa.
Più colorata per il calcio di Spalato ho visto solo La Boca a Buenos Aires.
Spalato
Credits Luca Brocchi
Vivono il calcio in maniera viscerale. Lo sport in genere.
C’è un giocatore croato, su tutti, che da bambino ha illuminato la mia fantasia, si chiama Zvone Boban.  Non è solo un calciatore, è un principe.
Si dice che oggi, per rilassarsi e concentrarsi prima di andare in video, nel suo i-pad non tenga come tutti musica, ma la recitazione della Divina Commedia.
Ragazzi, CIAO.
Toccava la palla come hanno saputo fare in pochi, tipico stile slavo. Eleganza, durezza e fantasia. Nel maggio del 1990, con lui protagonista, si verificarono i disordini più gravi della storia del calcio jugoslavo: l’incontro tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa non iniziò neanche, perché gli scontri scoppiati sugli spalti del Maksimir assunsero in un attimo dimensioni drammatiche. Era il ’90, in Jugoslavia: è finita in guerra.
Quando i giocatori della Dinamo intervennero per cercare di calmare le acque, successe che Boban colpì un poliziotto con un calcio, e dopo aver rischiato l’arresto, venne sospeso per sei mesi dai campi da gioco.
Un pazzo, fuori dalle regole, per lo meno le nostre. Eleganza, fantasia, durezza e pazzia. Da qui mai potrebbero venir fuori calciatori anonimi.
E magari è proprio per le infinite ore passate nei campetti in ferro e cemento che imparano ad esser diversi. Si è in molti, lo spazio è poco, e se si vuole fare la differenza si deve imparare a vedere e pensare il calcio in maniera diversa. Non c’è l’allenatore, non ci sono mamma e papà e neanche il prete dell’oratorio… quindi non ti basta essere bravo, devi saper farti valere.
E anche io, come molti, l’ho fatto spesso.
Una vita a litigare. Le parole. Le mani. Per poi fare cosa?
Per arrivare ad una certa età e vergognarmene. L’irascibilità è probabilmente la parte più forte di me ed è anche quella di cui più spesso mi è capitato di vergognarmi. Non mi piace, non la voglio.
È arrivato un giorno e ho deciso di cambiare vita: ho cambiato gruppo, ho cambiato tutto.
Tutto quello che era vecchio mi aveva stancato, nauseato, e l’ho nascosto.
Chi mi conosce oggi, mi conosce come un’altra persona, ed è anche vero. Ma non sono soltanto quello. Un po’ ho imparato, un po’ mi sono mascherato. Mi sono mascherato da quello che della società più mi è piaciuto. Con quante persone ho discusso quasi ad arrivare alle mani per poi vederle risalire in macchina e scappare… Infinite. E allora perché, se poi alle mani non si vuole arrivare, si ostenta tanta violenza?! Perché?
Il violento dovrebbe farlo chi è violento. Anche se probabilmente violenti finiamo con l’esserlo tutti, compreso chi per natura non lo sarebbe, proprio perché violenta è la natura del mondo che ci circonda.
E io contro questo lotto. Sempre. E la continua lotta tra me e lui, si trasforma costantemente in una lotta continua tra me e tutti.
Si fa tutto in riflesso di quello che crediamo ci faccia risaltare agli occhi degli altri, anche se poi quello che facciamo non siamo noi.
Non ci accettiamo, siamo una maschera continua, la mettiamo con tutti, ce la mettiamo anche quando ci guardiamo noi, soli. Creiamo mondi e situazioni semplicemente per convincerci di essere qualcosa. Influenzati in tutto, costantemente.
Tutti, sempre, impegnati a nascondere chi si è, a seconda del contesto in cui ci troviamo, per mostrare chi crediamo la società più apprezzi. Tutti, continuamente, in cerca di consenso.
Certo non può valere lo stesso chi cerca di mostrarsi migliore e chi, e questo ancora più mi sfugge, cerca di mostrarsi peggiore di quel che è. E quindi, magari, in un mondo come il nostro, il crescere comincia da questo: imparare ad indossare maschere comportamentali che ci migliorino. Noi e di conseguenza i rapporti con gli altri.
Da un lato mi sconcerta, dall’altro potrebbe essere in fondo quel che ci distingue dagli animali. Spesso, comunque, sconcertante o no, crescere finisce con l’essere l’imparare a scegliere, dall’armadio delle maschere, quelle giuste.

31 anni *

Martedi 16 agosto 2016. Le due. Trentuno anni. Quante cose vorrei far finire sulla carta di questa serata; forse troppe.
Sto seduto da solo, poggiato ad un tavolino, sotto un albero.
Intorno case bianche, sopra il cielo. Tutto è silenzio… e allora voglio fermare anche la penna. E in silenzio imparo.
Imparo che c’è poco da vergognarsi di quel che siamo, dato che la natura è immutabile, e che forse ha ragione Chicco quando mi dice che è quel che siamo stati, quel che abbiamo fatto, che ci ha portato ad essere quello che siamo oggi; e allora, magari, se quel che siamo oggi ci piace, sia quel che siamo stati che le maschere che abbiamo usato per arrivare ad esserlo non devono esser stati tanto sbagliati.
Quel che conta è provare a mantenersi il più possibile onesti, prima di tutto con se stessi.
Anche se comincio a credere che per vivere bene ci sia bisogno di essere in grado di raggiungere un compromesso, con noi e con gli altri; quindi forse le maschere no, ma un buon trucco leggero a sfumare difetti qui e la, probabilmente è impossibile da togliere.
Legittima difesa.
“Quanno un giudice punta er dito contro un povero fesso 
nella mano strigne artre tre dita che indicano se stesso.
A me puntà un dito pe’ esse diverso
me fa più fatica che spostà tutto l’Universo.
So na montagna, e se Maometto nun viene… Mejo!
Sto bene da solo, er proverbio era sbajato.
So’ l’odore de tappo der vino che hanno rimannato ‘ndietro, 
so’ i calli sulle ginocchia di chi ha pregato tanto e nun ha mai avuto.
 E ce vo fegato.
So’ come er vento:  vado ndo me va!
Vado ndo me va, ma sto sempre qua.
E brindo. Si, brindo, a chi è come me!”

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