Arabic Walks

viaggio a Dubai
Come fa un cristiano a sbagliare costantemente l’orario del volo di partenza non riesco proprio a capirlo, ma per condurre un’esistenza di pace, se non sbaglio, la prima cosa da imparare è convivere con i propri limiti, quindi, Luca non sarai mai in grado di prenotare un volo che parta in un orario decente. Punto. Quantomeno smettila di lamentarti per le alzatacce.

Fiumicino ormai è una seconda casa. Una gran bella seconda casa.
E proprio come uno fa quando torna nelle seconde case, che spesso sono quelle lasciate dai genitori o dai nonni nei luoghi in cui si è passata l’infanzia, mi concedo il piacere di ripercorrere la mia amata routine. Bar, sempre lo stesso, pizzetta, acqua da 75 e via al gate!
Il problema è che certi meccanismi, anche i più oliati, funzionano bene se si è bravi a gestire gli imprevisti… e qui con me ci sono le due incognite peggiori che un metodico possa avere la sfortuna di dover governare: Cristian e Canetto (Valerio).
Uno al bagno, uno  a fumare, e scontato ritardo con scontata chiamata dei nostri cognomi ai microfoni e ancor più scontata corsa per raggiungere l’imbarco.
“All’ultimo secondo” ci dice  la hostess all’ingresso
“Non capisco perché vada a finire sempre così” le risponde Cristian aggiungendo “è per questo che parto sempre in tuta.”
Lui non capisce perché gli vada a finire sempre cosi. Io un paio di idee ce le avrei, ma preferisco tenerle per me.
Voliamo su Istanbul, poi, almeno in andata, direttamente Dubai.
Arriviamo che è già notte. Il ragazzo della navetta che ci porta in albergo è palesemente cocainomane  (scansato immediatamente qualsiasi dubbio sulle forti restrizioni arabe). Le strade sono di un liscio da far invidia ai pavimenti delle nostre case, i cantieri tutti aperti, i grattacieli luminescenti e l’aria è densa e afosa.
La prima cosa che facciamo appena posati i bagagli è schizzare in fretta sotto il Burj al Arab.
Rolls Royce, Bentley, Ferrari, Lamborghini, Aston Martin a non finire e Range Rover come utilitarie.
Ma gli arabi del deserto non andavano in cammello? Tra l’altro, la maggior parte guidate da donne. Ora, non vorrei fare umorismo su una situazione particolarmente complessa e delicata, ma per quella Rolls Royce e per quel Rolex d’oro al polso me lo metterei anch’io il velo!
L’impatto è assurdo. Non voglio commentare né il bankomat dove ritirare oro, né la pista da sci all’interno di un centro commerciale, ma le fermate del bus con l’aria condizionata sì. Cioè, loro hanno delle capsule, isolate e condizionate, dove sedersi ad aspettare il bus! Che la cosa meno umiliante sarebbe il far notare che noi, per fermata, spesso non abbiamo null’altro che un paletto piantato in terra… ma a me invece vien da pensare che noi, non solo non abbiamo l’aria condizionata neanche sul bus, ma che spesso non abbiamo proprio il bus!
Mangiamo qualcosa, torniamo in hotel, bellissimo, e ci addormentiamo con De Sica alla TV.
Sveglia tosta. Il Canetto ha deciso che a lui dormire non serve. Io con sto fuso asiatico in avanti non riesco mai ad andarci d’accordo. Eppure ora ho una vita più regolare. Niente!
Vabbè, alzataccia e visto che il cielo è coperto, Dubai Mall.
È bello. Oggettivamente sembra tutto bello. Solo che boh, che ci faccio qui? Mi sento così fuori posto… Non sono più buono per un viaggio tra uomini? Possibile?
Non sono più bravo a pensare al viaggio come a una cosa da single. Di ogni cosa mi salta all’occhio il risvolto romantico. Di una coppia io noto lo stare per mano, gli altri il culo di lei; qui al Burj Khalifa è appena partito lo spettacolo delle  fontane e gli altri pensano all’incredibile ingegneria dietro ai getti, io alla musichetta dolce che suona sotto ad accompagnare.
Non deve avermi fatto benissimo quest’anno.
È cosi complicato mantenere una relazione oggi. È difficile incontrare qualcuno che sappia resistere. Perché anche questo è una relazione: resistere. E non resistere in senso negativo; resistere, sì alle fatiche, ma anche alle frivolezze che il mondo ci butta addosso, al pensiero che qualcos’altro di più comodo potrebbe capitarci, al desiderio di leggerezza, per il valore che alla relazione si riconosce.
Tutto si costruisce da li, dalla fatica, e oggi sembra che nessuno voglia più farne. Si rincorre il semplice, non si accetta la sofferenza, e poi ci si lamenta delle vite vuote. Che sciocchezza.
Io credo questo sia un pericolo incredibile per la nostra società, e sembriamo invece non accorgercene.
Nessuno vuole più faticare, nessuno si vuole più sacrificare, e sopra ogni cosa, nessuno accetta più l’idea del perdere.
Bisogna tornare a educare i ragazzi al valore della sconfitta, e, su tutto, alla sua gestione.  Il no, la sconfitta e persino l’umiliazione sono parte della vita e, a mio avviso, colonne portanti della formazione di un carattere.
Leggevo qualche tempo fa di due genitori che denunciarono un sindaco perché, sentito un bambino dire ai suoi compagni che lui a scuola non sarebbe più andato visto che rubare gli sembrava più facile, si avvicinò e, riprendendolo davanti a tutti, lo umiliò. Embè? Quale altra è la lezione che può servire ad un ragazzo che sceglie il furto alla scuola se non l’umiliazione? Cosa c’è di male nell’umiliazione? Non sono in grado di comprenderlo.
E questo assurdo modo di guardare alla vita non fa altro che ripercuotersi sulle generazioni che vengono formate, e che, chiaramente, non vengono educate al sacrificio. Ognuno è bravo a prescindere, ognuno è bello a prescindere, ognuno è degno di rispetto a prescindere. No, non è cosi. Ed è il percorso necessario a procurarsi le lodi il punto in cui ci si forma. Ai ragazzi, la sofferenza che porta al conseguimento di un valore non viene più concessa. E questo a cosa porta? Alla formazione di ragazzi o ragazze, poi uomini e donne, che non sono in grado di costruire nulla. Nulla.
In più, ho appena visto che qui organizzano tour dei centri commerciali con tanto di guida e bandierine, quindi sono anche particolarmente nervoso.
Mi è difficile trovare la bellezza di Dubai. In ‘sto centro commerciale ci abbiamo passato la mattinata intera. LA MATTINATA INTERA.
Oddio, centro commerciale potrebbe essere riduttivo, è più un intero pezzo di città climatizzato, ma una mattinata intera comunque non è sopportabile. Fuori il cielo è velato e il sole delicato. Si va al mare!
C’è un certo tipo di tranquillità, come uno stato di pace, dopo le sconfitte.
È un passaggio che accompagna, senza che magari uno se ne accorga, tutti i fallimenti. Un certo tipo di quiete, che non ha niente a che fare con la vita, perché poi la vita non è cosi rilassata. Tu stai li, fallisci, cadi, e quasi ossessivamente ripercorri tutto il cammino, centimetro per centimetro, passo per passo. Fino a che un giorno non ti ritrovi a notare della bellezza, cosi, in una particolare luce del sole, o in uno sguardo, e tac, ci sei di nuovo. E a questo segue sempre un periodo più lungo, senza eccessi, che chi non fa attenzione rischia di perdere, che è autentica meraviglia. Sei tu, salvo dai salti di gioia e dolore, di rabbia e euforia.
Sei tu.
Gentile.
Il cielo è coperto, il mare è calmo e la Vela, con le sue sette stelle, è l’unica cosa che rompe la continuità dell’orizzonte.
Un nonno fa finta di minacciare la nipotina schizzandogli l’acqua sul viso mentre il papà finge invece di salvarla.
Loro giocano, Lei Lo Ama. Tantissimo.
Può esistere cosa più bella che sentirsi l’eroe di chi ti ama così?
Fatico a trovare un po’ di vero a Dubai; posso cominciare da qui.
LET YOUR HEART SPEAK, dice un muro. Sorrido.
viaggio a Dubai
Il nuovo giorno ci regala subito un incontro con uno sceicco e le sue tre mogli.
Lui davanti, mano per mano con il figlio, loro dietro, esattamente allineate e completamente coperte. Le uniche cose che si notano sono le scarpe rosse col tacco e gli iPhone con la cover in oro. Sarà superficiale e maschilista, ma non riesco a non pensare che loro sono riusciti a convincere le donne che per un uomo è giusto avere più mogli e io devo chiedere il permesso per guardare la partita.
Dove abbiamo sbagliato? DOVE???
Umorismo a parte, ci lanciamo per Bur Dubai.
Qui, e non solo qui, hanno la maggior parte delle costruzioni che sono del colore della sabbia, e mi sembra anche ovvio dato che, visto il vento, di qualsiasi altro colore uno le facesse ne sarebbero comunque coperte. Ma allora, cosa c’entrano ‘sti grattacieli di specchi e neon? Mah.
Comunque, vetri o no, neon o no, che effetto fanno le moschee quando suonano. Quel suono, questo cielo, queste palme… sa davvero di notti d’oriente. Se chiudi gli occhi puoi sentire i cammelli andare e venire, le spezie profumare, i tappeti coprire, le voci dai vecchi bazar urlare o cantare.
È un viaggio nel viaggio, tra fiaba e magia.
Solo che se gli occhi li riapri, invece che cammelli e venditori di stoffe, trovi Range Rover e Lamborghini.
Mi sono accorto che non fotografo più. Anzi, fotografo pochissimo, e la cosa mi dispiace un po’. Mi aiutava a ricordare, a raccontare, ad incastrare. È vero che ora scrivo, però qui sono talmente confuso che qualche scatto in più potrebbe senz’altro aiutarmi, ma non viene. E allora pace, va bene cosi.
Da quando scrivo, anche quando sono confuso e le parole che metto sulla carta mi sembrano straniere, non fotografo più. Anzi, fotografo pochissimo.
La cosa più semplice da fare quando si è confusi, oltre al fuggire in spiaggia, è lasciare spazio al cuore. Lui confuso non sa esserlo. Se in preda ai dubbi ci affidassimo sempre a lui, strada non la sbaglieremmo mai.
Tu sei cieco, lui guarda per te, ed è un altro mondo.
Che meraviglia il mare quando il sole non brucia più. È questo il momento dell’anima. Sorride a tutti.
C’è un vento costante, che spazza tutto, ed è fantastico pensare che è lo stesso che da sempre muove le dune del deserto che ci circonda.
Che posto il deserto! Il vento che muove le dune, ad un approccio distratto può sembrare nient’altro che aria che muove sabbia, ma invece vuol dire che tu potresti stare fermo per l’eternità, non vedendo mai, giorno dopo giorno, intorno a te lo stesso posto. Insieme, allo stesso tempo, il mai e il sempre nello stesso punto.
In ogni caso, deserto a parte, è più bello tutto, sono più belli tutti, quando al mare è poco prima del tramonto. Sento il vento, e sento le onde, ma soprattutto sento Cristian e la sua bachata, che ormai è anche la nostra.
QUE BONITO!
Dietro il Burj al Arab, come se portassero un velo, i grattacieli della marina. Più lontani, quasi invisibili, quelli del JBR, un po’ prima una moschea, ancor prima le palme. Poi io, e il mare.
“Di questi tempi, se sei uno scrittore, forse è poco più del tuo sguardo che puoi offrire come resistenza al mondo che va.”
E allora provo a regalarlo tutto. Grazia e gentilezza. Ovunque. Bellezza e dolcezza. Sono innamorato, da impazzire.
Sorride Cristian, sorride il Canetto, sorridono le ragazze che abbiamo dietro e sorride anche il bimbo che sul bagnasciuga rincorre la sua palla rossa.
Sorrido anch’io, ovviamente, immerso in quest’equilibrio perfetto di splendore. Giusto. Esatto. Talmente esatto d’aver la sensazione che anche solo una scintilla di bellezza in più non sarebbe possibile da sostenere. Come quando guardi negli occhi la persona che ami e lei, ad un certo momento, chiude le palpebre, e tu ringrazi Dio perché un secondo in più il tuo cuore non l’avrebbe retto. Poi le riapre, e tu sei ancora li, salvo, pronto a riempirti di nuovo. Siamo cosi, immersi nell’incanto.
Quelli dell’hotel ci offrono l’opportunità di andare nel deserto, e noi andiamo. Uscire da Dubai è faticoso; il sistema di semafori qui è insopportabile.
Tutto è sfumato di giallo. L’aria è piena di sabbia. Le palme, le gru, i palazzi… di tutto non resta che l’ombra. Qui il padrone rimane il deserto. Ancora. Nonostante l’ingegneria, nonostante gli Emiri.
Fuori dalla città il paesaggio è incredibile. La sabbia si arrotola sull’asfalto come la laniccia sui pavimenti lucidi. Corposa. Attraversa la carreggiata strisciante, e poi via, di nuovo in questa vasta distesa di nulla. Come serpenti dice il Canetto.
È surreale.
La strada è una retta grigia, ondulata, che traccia il deserto ma non lo invade. Anzi, il contrario. È lui che se la mangia e la risputa in continuazione. Potrebbe riprendersi indietro ogni centimetro che gli abbiamo rubato con una velocità imbarazzante e senza nessuna fatica, semplicemente pieno della sua caratteristica naturale più definita: stare, muovendosi.
È l’unico elemento naturale che mi abbia dato questa sensazione.
È dominante. È in continuo movimento. È un’entità. Vive.
Qui l’uomo, per non essere respinto indietro, deve sudarsi ogni metro. Alla fine vincerà il deserto, ma che tenacia.
Tutto, qui, ha il sapore di un tempo, e anche le macchine si muovono ancora in carovana, una dietro l’altra, insieme. Perché qui solo cosi si può fare. L’uomo va avanti ma certe cose non possono cambiare.
Quante ne ho viste in quasi dieci anni. È incredibile.
Mi sono circondato di meraviglia.
Un po’ di giorni fa una mia amica mi ha mandato un messaggio che ha chiuso con: sei la meraviglia che tutti cercano.
Ma no. Giuro no, non sono io. È che sono avvolto da una fortuna sfacciata, quasi ridicola, che non fa che prendermi e buttarmi nello splendore. Io non c’entro nulla. NULLA!
E la bellezza che mi butta addosso è talmente tanta che io non ho braccia abbastanza grandi per accoglierla tutta. È un oceano, e io nient’altro che uno scoglio.
SPUUAFFF.
Di una cosa ho certezza assoluta: che a chi ha disegnato la mia vita non sarò mai abbastanza grato.
Per questo, anche se abbastanza non è, ancora grazie. A tutto, a tutti, davvero. GRAZIE!
“…fin dove il cuore mi resse
arditamente mi spinsi”
viaggio a Dubai
Non ho pensato all’idea che prima o poi saremmo dovuti andare via, neanche un secondo, quindi ora è un po’ complicato. Certo è che cercherò di tornare il prima possibile.
Voliamo ad Istanbul e come al solito mi addormento al rullaggio e mi sveglio all’atterraggio. Cristian, dalle bestemmie che tira e dagli occhi da lemure che ha, credo non abbia dormito un secondo. È furioso con la Turkish e con tutti i turchi di Turchia e non. Che poi, come potrebbe mai uno non essere furioso con i turchi?
Solo prendere il taxi dall’aeroporto per andare al centro mi mette pensiero. So già che dovrò litigare con il tassista.
E cosi è!
Un ora e mezza per fare da Sabiha Gökçen a Sultanahmet. Un ora e mezza. Quando di solito a quest’ora ci vogliono si e no 45 minuti. Maledetti turchi ladri!
Mi fa arrabbiare moltissimo, ovviamente ci litigo, e nonostante sa benissimo che l’inutile giretto dei sobborghi che ci ha fatto fare gli ha permesso di raddoppiarci la tariffa, quando infuriato gli faccio fermare il taxi ha anche la faccia di dirmi che il resto non mi spetta perché aveva dovuto pagare il casello. Pooorcoddue l’ammazzo!
Vabbè.  Provo a godermi la città, senza pensare che abbia degli abitanti. Qui, ovunque, è pieno di banchetti sulle strade che fanno spremute di melograno. Una delizia. E spesso, di fianco a questi banchetti, ce ne sono altri che preparano Simit, che sono ciambellone di pane ricoperte di sesamo che farciscono con la Nutella. Ecco, evitate i tassisti e abbuffatevi di simit e melograni. Giuro, aiuta.
Tuttavia, ad Istanbul, alle 13:15, succede una cosa incredibile.
Quando mi era capitato di venire le altre volte non mi era mai successo di sentirla, quindi non so se la facciano anche in altre ore, ma a questa succede. O, per lo meno, ora sta succedendo: le moschee cantano. Anzi, le moschee ballano!
Comincia sempre la voce del muezzìn della Moschea Blu, segue, SEMPRE, quella di Santa Sophia, come fossero impegnati in un meraviglioso valzer, non mosso dai piedi, ma dalle gole.
Uno, poi l’altro, poi l’uno, poi l’altro. Un passo alla volta. Un canto alla volta. La differenza è che il valzer o lo balli tu, o una coppia puoi solo guardarla ballare. Da fuori. Ecco, in questo valzer sei in mezzo, esattamente tra le braccia di chi danza. Cullato.
E balli, ooh se balli!
Istanbul
Lo avevo letto che mi sarebbe successa una cosa straordinaria.
E allora abbandono tutto. Le rabbie, i nervosismi, le delusioni, i dolori, e ancora una volta lo faccio grazie a un viaggio.
È sempre stato cosi: ai momenti di difficoltà ho sempre reagito prendendo un volo e andandomi a cercare. Ci rompiamo in continuazione e ci sono pezzi di noi ovunque, in qualunque posto; spesso trovarli e metterli insieme non è semplice, ma che bello quando senti di averne rimesso a posto qualcuno.
Rileggo il mio diario, sulla spalla di una pagina, in piccolo, un appunto preso chissà dove per il mondo: “ama la goccia che fa traboccare il vaso, è nascosto li dentro ogni bel cambiamento.”
Avrei dovuto scriverlo più grande.
Che gioia la vita. CHE GIOIA!

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